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Archive for agosto 2008

all’inizio e’ stato quasi naturale.
senza pensarci troppo, per ogni citta’ e’ stato cosi’.
poi ne abbiamo capito l’importanza e le differenze che ci sarebbero state se avessimo fatto in altro modo.
quindi anche per la paz e’ stato cosi’.
dopo dieci ore di bus nella notte e un caffe’ caldo nel terminal appena arrivati, siamo entrati in citta’ a piedi.
dicendo no ai taxisti all’esterno e non ascoltando gli inviti dai colectivos onnipresenti, zaini in spalla siamo scesi in citta’ alla ricerca della sistemazione per la notte.

non e’ facile e neppure scontato, ma entrare in una citta’ a piedi e’ tutta un’altra cosa.
ti permette di incontrarla lentamente, di avvicinarti ad essa con la giusta velocita’ e pazienza.
e’ solo l’inizio ed e’ sicuramente parziale, ma completamente diverso sarebbe ogni volta prendere un taxi oppure un bus e venire catapultati dalla stazione all’albergo, avere la nuova la citta’ che scorre dai finestrini e essere dopo pochi minuti gia’ dentro di essa.
entrarci a piedi invece gia’ da solo richiede tempo e sforzo.
permette di sentire la citta’ sotto i piedi, aiuta a vederla dal punto di vista di chi la abita, la vive e la cammina ogni giorno.

e cosi’ e’ stato anche con la paz.
un immergersi graduale nel caos di una grande citta’, tra traffico e palazzoni.
uno scendere nella citta’, perche’ i “bassifondi” a la paz (cioe’ el alto) si trovano… in alto, sulle cime che contornano la citta’, il centro citta’ a meta’ altezza e molto piu’ in basso i nuovi quartieri residenziali e benestanti.
camminare sfiorati dai colectivos (i pulmini che funzionano da servizio pubblico) che urlano incessantemente prezzo e destinazioni della corsa, condividere i marciapiedi con l’infinita’ di bancarelle e banchetti che vendono di tutto, donne in ambiti tradizionali e con la bombetta caratteristica da sole o in piccoli gruppi, sentire la confusione di suoni, profumi e immagini che ti entra dentro e scombussola.

la paz richiede il suo tempo. e per quanto gliene concedi, alla fine rimane sempre un poco misteriosa.
un poco si svela salendo a el alto.
prendiamo un micro (un bus caratteristico della citta’) per salire nella zona piu’ povera di la paz, che fa municipalita’ a se’.
il micro si arrampica letteralmente per stradine sempre piu’ strette, passando attraverso mercati e bancarelle, suonando ad ogni incrocio per rispettarne la precedenza.
in poco piu’ di mezz’ora iniziamo a vedere scorci di citta’ dai lati delle abitazioni: e’ come salire sulla cima di una montagna e osservarne la valle. e la vista lascia senza fiato.
la paz ed el alto formano un unico agglomerato, riempendo ogni centimetro quadrato delle colline (a quasi quattromila metri di altitudine!) e della valle sottostante.
la differenza con la paz e’ evidente, nell’urbanistica, nelle case, nei negozi…
un giro rapido a piedi e di nuovo un micro per rientrare a la paz (a volte l’insicurezza percepita non ti lascia la liberta’ di fare quello che vorresti e ti fa prendere precauzioni forse esagerate… il risultato e’ non avere nessuna foto di el alto).

il giorno dopo (ieri) ripercorreremo el alto con il pullman che ci porta in cile.
il sole sta facendo capolino dalla cordigliera reale che affianca el alto e la luce dell’alba conferisce alla citta’ un’atmosfera magica.
mi chiedo come debba essere vivere a el alto: svegliarsi ogni giorno con una vista fantastica, poter aprire le finestre su un’alba che sveglia una citta’ vivacemente incasinata, respirarne le sfumature e riempirsene gli occhi. e poi chiedersi di nuovo come sbrigare questa dura faccenda che chiamano vita, tra i rischi, i problemi e le difficolta’, i compromessi e le piccole gioie oltre le ingiustizie…

chissa’ se davvero aiuta avere una vista del genere appena svegli per poter poi affrontare la giornata, come chi passa accanto al colosseo ogni giorno per recarsi al lavoro.
forse ognuno ha la sua particolare vista che la mattina gli puo’ dare le giuste sfumature per dare colore al giorno che inizia.
come aprire gli occhi la mattina e riscoprirsi ogni volta incredibilmente fortunati e felici nel trovare accanto a se’ una persona davvero unica e straordinaria, con cui condividi tutta la vita…

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potosi, martedi’ 26 agosto 2008 ore 17.30 locali

parti con un preconcetto, un’aspettativa nei confronti del paese che andrai a visitare, i racconti di chi ci e’ gia’ stato, le notizie e le informazioni raccolte in giro, qualche mito ed alcuni pregiudizi.
poi arrivi e tutto ti viene smontato come un castello di carte, ed e’ come ricominciare dall’inizio nell’incontro con la bolivia.
cerchiamo allora con la ragione di dare forma, senso e significato a quanto vediamo e incontriamo, ma non e’ semplice. spesso le emozioni prendono il sopravvento e non e’ facile poi “concretizzarle”.
dando spazio alla ragione, invece, possiamo dire di avere incontrat fino ad ora quattro bolivie differenti.

la prima bolivia ci e’ stata compagna di viaggio per i primi tre giorni, durante il tour organizzato dalla frontiera con il cile al salr di uyuni.
una bolivia naturale e selvaggia, verace nella sua selvaticita’ e nella sua ricezione turistica, se si puo’ dire, poco rigida e organizzata (davvero un altro mondo, in questo, rispetto al cile).
una bolivia da togliere il fiato (e non solo per l’altezza), da entrarti nella pelle e darti una sensazione di immensita’.
una bolivia le cui uniche forme umane incontrate sono state turisti, le persone delle strutture ricettive al limite… della ricezione, due ciclisti in viaggio da otto mesi da ushuaya (!), un paio di villaggi in mezzo al deserto, che pure resistono, e una stazione dei treni abbandonata.

la seconda bolivia che incontriamo a prima vista ci fa venire voglia di scappare.
dopo tre giorni di deserto, pensavamo ad uyuni come a un “miraggio di civilta’”: una citadina con cui riprendere confidenza con l’umanita’ organizzata.
ma, dopo il salar, l'”umanita’ organizzata” che ci appare davanti e’ un villaggio desolato, deserto anch’esso…
basta poi pero’ entrare in citta’, addentrarsi tra le bancarelle del mercato domenicale, bersi un birra boliviana rifocillandosi un po’ che tutto si dipana.
siamo ancora nel deserto e si vede: nella forma della citta’, e forse un poco anche nei visi della gente.
sara’ poi uyuni stessa, quella sera, a prendersi la rivincita e a sorprenderci con una bellissima e coloratissima sfilata di bande musicali e gruppi di danzatori per la via centrale, dandoci spirito e calore.
e’ una cittadina ai margini, che ha fatto del deserto e del salar un poco la sua fortuna, grazie a tutti i turisti che passano per essa, ma che coltiva e nutre dentro storia, tradizioni, voglia di divertirsi ed impegnarsi.
anche nonostante il deserto ai mergini…

la terza bolivia “vale un potosi”.
cittadina coloniale dalla storia altalenante legata alla fortuna dei metalli estratti dalle sue miniere, potosi si presenta da subito molto piu’ vicina a noi (ai nostri stereotipi, alle nostre sicurezze) , anche se molto lontana.
per strada macchine e colectivos strombazzanti ad ogni incrocio per deciderne la precedenza (pochissimi i cartelli stradali), sui marciapiedi i banchetti delle donne boliviane (bellissime, nelle loro gonne colorate e nei copricapi bianchi tradizionali, che qui sostituiscono la bombetta usata a uyuni e la paz), che vendono di tutto, ovunque frotte di studenti che girovagano a gruppetti con le divise caratteristiche del proprio collegio.
potosi e’ una citta’ che sembra andare verso la modernita’ senza pero’ perdere le tradizioni, che lotta e si diverte nonostante la situazione economica non felicissima.
potosi e’ quasi una contradizione vivente: barocca e aulica come tutti i monumenti sfarzosi di origine coloniale, povera e popolare nel suo vivere e resistere.

entrando nella quarta bolivia usciamo ancora una volta dal mondo.
e non sappiamo ancora se saremo piu’ sconvolti per la fatica fisca fatta o per la consapevolezza che c’e’ gente che vive e muore lavorando con questa fatica quotidiana.
la visita alle miniere del cerro rico, la montagna di potosi che nei secoli ha dato ricchezze e problemi, ci lascia senza fiato. scopriamo prima un’altra potosi, tutta una parte della citta’ che gravita attorno al lavoro nelle miniere, con negozi e servizi solo per essa. e poi il cerro, dove vivono e lavorano ancora circa sei mila lavoratori.
lavoratori organizzati oggi in cooperative, che lavorano otto-dieci ore al giorni scavando, esplodendo dinamite, trainando carichi di materiale, in condizioni disumane. l’aspettativa di vita dei minatori, per lo sforzo fisico per i gas inalati quotidianamente, e’ di 45 anni. la domanda che ci facciamo sul perche’ debbano proprio scegliere questo lavoro nella consapevolezza di lavorare per morire muore non appena incontriamo la famiglia di un minatore, che vive in una baracca ai margini della miniera: fuori dalla porta tre figlia, uno piu’ piccolo dell’altro, accettano in dono foglie di coca per il padre e passano il tempo, in attesa di ripercorrerne le tracce non appena ne avranno l’eta’ giusta (non quella legale).

queste le quattro bolivie incontrate finora e riuscire a farne una sintesi e’ un tentativo perso in partenza.
incontreremo nei prossimi giorni la bolivia di la paz, ci manchera’ tutto quanto sta nel mezzo e quanto sta nella mezza luna boliviana.
ma gia’ ora altre due bolivie ci vengono presentate, dai giornali che riusciamo a leggere e dalle notizie trovate in rete: la bolivia indigena e quella “occidentale”. anche qui un tentativo di sintesi e di incontro che con difficolta’ si cerca, una storia politica e sociale complessa, un presidente indigeno e i rappresentanti della classe produttiva e ricca del paese in uno scontro muro contro muro, le ragioni di ambo le parti…
facile per noi dire chi ha ragione, o meglio chi dovrebbe averne.
difficile entrarci veramente dentro…

e poi pensiamo all’italia.
quante italie abbiamo noi? quale sintesi abbiamo raggiunto sul nostro paese e quale tentativi di mettere in dubbio i nostri preconcetti accettiamo di fare?
e’ piu’ facile capire un paese standoci dentro oppure entrandoci da ospiti temporanei?

tra queste parole e oggi (venerdi’) in mezzo c’e’ un viaggio notturno in pullman e, prepotentemente, la paz e el alto.
altre bolivie che richiedono attenzione e spazio proprio, nei prossimi giorni.
domani mattina si riparte, altre sette ore di pullman e saremo in cile, arica, dove forse ci sara’ il bagno nell’oceano.

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uyuni, bolivia – domenica 24 agosto 2008 – h 17.15 locali

soffia e non capisci da dove arriva.
forte, ti secca la pelle del viso e arrossisce le mani.
nel deserto soffia come se volesse comunicare qualcosa.
ti fermi e guardi intorno.
le montagne e i vulcani della cordigliera andina a fare da cornice, rocce e pietre scolpite dal tempo a riempire lo spazio deserto.
e poi, quando meno te lo aspetti, lagune dai mille colori a inondarti gli occhi, in lontananza flamingos (fenicotteri) rosa spiccano il volo.
sembra di essere una cartolina: come prenderne una in mano ed entrarci a pie’ pari.
solo che nelle cartoline non lo vedi il vento: qui si’, oltre a sentirlo ti sembra quasi di vederlo.
come se volesse dirti: qui non sei spettatore passivo, non sei spettatore ma partecipe.
e ti si apre il cuore alla consapevolezza di poter partecipare a qualcosa di unico, allo spettacolo di una natura incontaminata… vedere stamattina il sole sorgere all’orizzonet del salar di uyuni (il piu’ grande del mondo), cosi’ come avvicinarsi in punta di piedi ai flamingo cileni nel deserto di atacama o finalmente oltrepassare le montagne di san pedro (ed il confine tra cile e bolivia) e ritrovarsi sul tetto delle ande, tra lagune di mille colori…
e il vento continua a soffiare.
e se e’ vero che il suo movimento e’ dettato da uno squilibrio di masse d’aria e di pressioni, viene da chiedersi cosa tiene in movimento tutto quanto il mondo, cosa muove la vita delle singole, e uniche tra di loro, persone che lo abitano.
forse la ricerca di un punto di equilibrio nelle proprie esistenze? come se il viaggiare stesso, per quanto riguarda i viaggiatori, sia una ricerca di risposte e contributi che possano portare equilibrio nella vita di tutti i giorni…
oppure non e’ forse il contrario, cioe’ la fuga continua da una situazione di stallo, che non appena raggiunta porta immediatamente alla nascita di nuovi stimoli, ricerche, domande?
chissa’, ogni vita e’ diversa, ma forse entrambe le motivazioni, insieme, valgono…
ci siamo chiesti piu’ volte chissa’ quale ‘viaggio’ sia la vita delle persone che si incrociano per strada, quali le loro esperienze, i loro sogni, le gioie e i problemi, e il futuro prossimo cui stanno andando incontro.
non vi e’ mai capitato di trovarvi in mezzo a molta gente, tra le macchine andando al lavoro o camminando per strada nell’ora di punta, e fare una sorta di ‘pausa’ mentale, fermare tutte le persone e vedere esplodere idealmente da ognuna di esse storie, sogni, obiettivi? e stupirsi di quanto e’ vario il mondo e di quanto e’ piccola la nostra storia personale in mezzo a tutte le altre…
e chiedersi, anche, se noi stessi abbiamo bene in mente il nostro ‘viaggio’, se conosciamo realmente i nostri sogni, se la direzione, o le direzioni, in cui stiamo andando le abbiamo davvero scelte, se sono quelle giuste…
a noi e ‘ successo anche qua, dall’altra parte del mondo, camminando per le vie, viaggiando sui pullman locali e ancora di piu’ partecipando a questi ultimi due tour, prima occasione in cui abbiamo potuto entrare in piu’ ‘confidenza’ con altri viaggiatori, italiani per lo piu’.
la coppia di globetrotter catanesi conosciuti nel giro delle lagune nel deserto di atacama, come anche andrea di conegliano veneto, decennale viaggiatore solitario in america latina, persona ricca di esperienze e idee da condividere (senza per forza approvare), e i giovani brasiliani di belo horizonte, gabriel e bernard, o anche il nostro autista nel deserto e la cuoca…
con ognuno di essi la prima notizia che si e’ condivisa e’ stata la provenienza e la direzione del viaggio in corso, notizie piu’ particolari invece sui viaggi delle singole vite sono venute poco a poco, condividendo un pasto in mezzo al deserto, le emozioni dei paesaggi, una notte a 4200 metri e temperature sotto zero e kilometri e kilometri di jeep sulle rocce…
fili che si incontrano e un poco si intersecano, per poi alla fine riprendere ognuno il proprio cammino, piu’ ricchi di prima, con alcune risposte e nuove domande ancora…
difficili, come sempre, da tradurre in parole…
cosi’ come i paesaggi incontrati in questi quattro giorni di viaggi, a cavallo tra cile ordinato e incontaminato e bolivia verace e selvaggia… (a questo potranno aiutare le
foto di laura, che pero’ oggi non riesce a caricare).
quattro giorni ‘fuori dal mondo’ ma molto piu’ dentro di quanto possiamo pensare.
e oggi arrivo alla ‘civilta”, una nuova cittadina nel nostro cammino, uyuni sul limitare del deserto salato, una nuova immersione tra la gente, tra modi di vivere, comportarsi, abitare…
e’ questo, forse ancora piu’ dei paesaggi e della natura, che andiamo cercando nei nostri viaggi: cercare di entrare nella vita delle persone, in punta di piedi, condividendola per quanto ci sia possibile, osservandola, un poco assimilandola per osmosi… e tra cile e bolivia possiamo gia’ osservare due mondi completamente diversi.
certo, non conoscendo la lingua e avendo due caratteri non proprio espansivi, a volte e’ come guardare
il tutto da un buco della serratura.
ma e’ gia’ un grande privilegio questo, assieme alla possibilita’ di riportare un po’ tutto a casa… e contaminarne la nostra vita e quelle di chi vive con noi!

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bandiera nera sulla luna

sedici ore di pullman e una notte nera.
e poi cambia tutto.
lasciata la serena e il mare alle spalle, sedici ore dopo siamo in mezzo al deserto: san pedro de atacama.
non piu’ mare, ma il deserto a dare il respiro di infinito, a 2440 metri di altitudine.
non piu’ cittadine piu’ o meno moderne, ma una grande purmamarca argentina, a meta’ tra il villaggio turistico ed il desiderio di preservare il contesto locale originario (il risultato, ovviamente, raggiunto a meta’).
turisti tanti, mai ne avevamo incontrati cosi’ tanti durante tutti i giorni precedenti come al primo giro per le vie del centro. italiani tanti, riconoscibili di primo acchito piu’ che per la lingua per lo sbraitare e il lamentarsi : )
ieri giornata intera di acclimatamento, per adattarci all’altitudine: trovata la sistemazione notturna, siesta, visita alla graziosa chiesa locale e in giro a curiosare per le vie di san pedro.
particolare interessante delle vie sono le bandiere nere poste a sventolare sopra l’insegna di quasi tutte le locande, negozi e ristoranti: da una prima impressione un poco macabra, la spiegazione dataci rivela invece una lotta che merita attenzione e interesse. la comunita’ locale vuole evidenziare con questo segno la protesta contro il progetto avanzato di trarre energia dai geyser del tatio (a 3 ore da ssan pedro), progetto che deturperebbe in modo irreversibile il paesaggio ed il fenomeno naturale dei geyser. la contesa andrebbe approfondita e capita meglio, ma questo movimento locale e la sua esposizione nelle vie di san pedro sembrano di per se’ gia’ una nota positiva…
e per finire la giornata, il programma dei nostri spostamenti futuri: il giorno successivo (oggi) libero per un giro in bicicletta alla valle della luna, domani tour di tutto il giorno al salar di atacama e dopodomani si riparte, un tour di tre giorni ci portera’ in bolivia, a uyuni.
il giro in bicicletta di oggi alla valle della luna ci ha dato alcune certezze: non bastano le vasche soncinesi nelle sere d’estate per essere preparati e provetti ciclisti nel deserto; che affrontare, di conseguenza, una salita a piedi con la bicicletta in mano puo’ essere visto come la capacita’ di riconoscere i propri limiti, accettarli e affrontarli in altro modo (ci vuole spirito d’inventiva quando a trent’anni pure una gita in bicicletta puo’ stroncarti… vabbe’ nel deserto, vabbe’ a 2400 metri, vabbe’…).
per il resto, il buon detto “fare deserto” vale anche qui in cile: grazie alla fortuna di aver scelto un’orario con pochi altri visitatori, gli unici rumori che possiamo sentire nella valle della luna e’ lo scricchiolio delle rocce (vero!), il fischio del vento nella nostra bottiglia di acqua e la sensazione di questa immensita’ che si fa sentire, quasi ti schiaccia, ma senza annullarti, anzi ti rende partecipe e non solo spettatore in questo scenario in cui la mano dell’uomo ha fatto (per fortuna) ben poco, e le gole, le rocce, i mille colori delle stratificazioni geologiche, le dolci dune di sabbia sono opera paziente degli effetti della natura.
e ti stupisce come l’uomo possa sopravvivere, adattandosi a quasi ogni contesto, come il deserto. e non lo diciamo tanto per san pedro, dove il turismo ha il suo buon gioco, ma per tutti i villaggetti e le case incontrate durante il viaggio. una capacita’ di adattamento che ha portato l’uomo, da secoli, a entrare in simbiosi con la natura, a saperne cogliere quanto in grado di donare senza sopraffarla… e ti stupisce ancora di piu’ e piu’ ancora ti fa arrabbiare quanto questa capacita’ abbia lasciato il posto al senso di superiorita’, alla sopraffazione, allo sfruttamento.
stiamo correndo a grande velocita’, i paraocchi ci fanno vedere solo quanto vogliamo vedere e non ci accorgiamo di stare calpestando il bordo del precipizio.
per questo, una piccola bandiera nera la appendiamo anche noi oggi al vento dell’indifferenza e del buon consiglio.
basta saper ascoltare, e volere vedere.

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noi siamo stati qui

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la serena, lunedi’ 18 agosto 2008 – h 12.21

non e’ brutto essere stranieri, piuttosto e’ molto difficile.
c’e’ innanzitutto una questione di diversita’, che passeggiando per le strade delle citta’ cilene zainoni in spalla diventa subito evidente e quasi difficile da condurre.
perche’ e’ una diversita’ che si traduce, nel nostro sentire, in un senso di superiorita’ percepito: non e’ lo straniero che arriva e chiede accoglienza perche’ si trova in una situazione di necessita’, ma piuttosto lo straniero che viene e “non deve chiedere”…
difficile, da questo punto di vista (che mi rendo conto possa essere piu’ percepito da noi che dagli autoctoni), cercare di essere “integrati”, voler provare a vivere la vita comune, anche solo nella scelta dei bar e dei ristoranti, o delle sistemazioni per la notte…

capita allora di passeggiare per valparaiso, cercare di mimetizzarci tra la gente al mercato, fermarci di fronte all’oratorio don bosco ad assistere ai giochi della festa finale del locale “grest”, finalmente confortati da un sole che scalda corpo, occhi e cuore. l’oceano e’ li’ di fronte a noi, irrangiungibile pero’ perche’ al di la’ della metro e del porto, ma c’e’ e un poco ci allarga il respirare.

la ricerca di un cafe’ dove prendere un aperitivo in attesa della cena (e provare finalmente questo famoso pisco sour!) si ferma davanti al bar “la cooperativa”, ma tra noi e l’ingresso c’e’ questa cortina da superare, la sensazione di essere stranieri e di invadere con la nostra “superiore diversita’” un luogo autoctono, frequantato da alcuni giovani e lavoratori alla fine della giornata.
passare la soglia del bar e’ stato come superare un gradino ideale, fare un passo lungo per lasciarci dietro ogni pregiudizio… e una volta dentro sentirsi finalmente “normali”, non piu’ stranieri, e non piu’ diversi di quanto sia stata diversa l’una dall’altra ogni persona che stava dentro il cafe’ in quel momento.
e’ forse allora una corazza, una pellicola che ci avvolge, forse per istinto protettivo, forse solo per pensieri e schemi prefissati, e che blocca noi e non tanto gli indigeni.
e’ stato allora forse naturale finire la serata in un circolo di ex sergenti di marina, accettare di mangiare l’unico piatto disponibile senza neanche chiederci cosa fosse e sentirci forse un poco meno stranieri ed un poco piu’ cileni…

anche se “sentirsi cileni” non l’abbiamo ancora capito cosa voglia dire.
i cileni incontrati in questi primi giorni ci danno l’idea di un popolo riservato, poco espansivo… “attendista”. non e’ facile individuarne le caratteristiche, studiarne le personalita’, neppure dal punto di vista fisionomico. in argentina sembrava piu’ semplice, distinguere a prima vista volti di discendenti europei da tratti invece chiaramenti indigeni e indios. in cile, invece, si hanno tantissime sfumature differenti, da tratti occidentali a tratti…. orientali, qualcuno potresti scambiarlo per cinese (laura ipotizza una possibile relazione tra cile e cina in epoca precolombiana, data la relativa vicinanza tra i due lati dei rispettivi continenti…).

capita allora di studiarne i lineamenti sul bus che ci porta poi da valparaiso a los vilos, osservarne i comportamenti, con occhio critico ma non pregiudizievole.

e arrivare a questo villaggio di pescatori e sentire finalmente l’oceano penetrare nei polmoni e riempire il nostro respiro, colorare le iridi dei nostri occhi di sfumature dolci e senza fine (cosi’ come i suoi pesci cucinati nel ristorante di fronte al mare dare gusto e senso ai nostri palati e stomaci).

ma e’ solo una toccata e fuga, anche se sarebbe il posto ideale per passare alcuni giorni di completa tranquillita’.

altre tre ore di pullman ci portano a la serena, la citta’ piu grande del nord, ultima tappa prima di salire verso le ande e il deserto di atacama.
tre ore di baie e scogli scoscesi sull’acqua, contorni irregolari a tratteggiare confini di un mondo nuovo e tutto da scoprire.

peccato che poi la pioggia a la serena sia capace di far cambiare l’aggettivo di questa citta’, che ci appare grigia e un poco cupa nella passeggiata serale, riscaldata da un’ottima zuppa di gallina (e a questo punto non possiamo piu’ avere dubbi sulla nostra meteoropatia, che si manifesta solo in terra straniera… di solito infatti pioggia, vento e freddo ci mettono di buon umore!).

tutt’altro effetto la serena stamattina, in questa giornata di relax prima di prendere il pullman che domattina ci lascera’ a san pedro de atacama: la luce ed il sole delineano nuovi contorni e nuovi colori e fanno crescere l’appetito che a breve cercheremo di soddisfare…

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