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Archive for the ‘viaggi’ Category

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Lagune nel norte grande (Cile)

Lagune nel norte grande (Cile)

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Laguna colorada (Bolivia)

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Tramonto sulla laguna colorada (Bolivia)

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cile come camera di compensazione tra la bolivia e il ritorno a casa.
cile sotto occhi nuovi, carichi di tutte le impressioni ricevute e delle aspettative e tensioni del futuro prossimo.

il passaggio tra bolivia e cile avviene alla frontiera piu’ bella del mondo: a quattromila cinquecento metri di altezza, il lago chungara che lambisce i locali della dogana cilena e l’ononimo vulcano innevato che ne fa la guardia fanno passare in secondo piano l’intrasigenza e l’eccessiva sollecitudine dei doganieri.
poi e’ tutto un correre verso il mare, sali e scendi e tornanti su montagne di pietra e sabbia, nella valle una lingua di terra verde e marrone contrasta con il deserto che intorno sale fino ai tremila metri.
arica, all’arrivo, e’ una cittadina sul mare carina e vivibile, dove “e’ estate tutto l’anno”, anche se i quasi venti gradi di fine agosto non ci permetteranno di fare il bagno nell’oceano pacifico, ma solo di sentirlo sotto i nostri piedi (troppa fredda l’acqua, troppo poco temerari noi).

inizia il conto alla rovescia verso casa e il cile degli ultimi giorni sembra accompagnarci in questo.
quasi ci culla in questo misto di euforia e malinconia che a tratti ci assale, i profumi salmastri del mare danno sapore ai progetti futuri, le nuvole prima bianche e poi grigie coprono, quasi a voler nascondere, le piccole ansie e i dubbi di un nuovo viaggio dopo diciassette ore di volo…

arica prima e poi iquique, il volo fino a santiago… e perfino santiago ci appare diversa in questo nuova vigilia di partenza.
e non e’ solo l’assenza della pioggia a farcela vivere in maniera diversa, piuttosto l’avere negli occhi citta’ e paesaggi differenti, nelle narici odori e polvere di altre terre e altre genti.
la grigia capitale cilena che ci aveva accolto al nostro arrivo si trasforma in un susseguirsi di strade e palazzi dai colori tenui e sfumati, vie percorse da gruppi di studenti festosi e vivaci, confusione e regolarita’ nella vita di questa citta’, quasi a disegnare come in un ritratto mutevole il susseguirsi altalenante dei nostri stati d’animo.

viviamo tra calma apparente e tensione positiva questo nuovo conto alla rovescia.
non finisce un viaggio ma ne inizia un altro.
negli occhi le impronte lasciate da cile e bolivia, nuove lenti per guardare il futuro prossimo da nuovi punti di vista.
nelle scarpe la polvere e la fatica dei passi percorsi, allenamenti per le nuove vie e nuove strade che ci aspettano al nostro ritorno.
la fatica ci aiutera’ a ricordare quanto siano piu’ belli e importanti i successi ottenuti quando nulla e’ dato per scontato, se non la passione e la determinazione che ci si mette per raggiungerli. perche’ a volte gli insuccessi nascondono nuovi traguardi, ben piu’ ambiziosi e decisivi, che solo con la follia dei sognatori si possono riconoscere, e con la forza e la pazienza dell’umilta’ raggiungere.
la polvere invece si mescolera’ ad altra polvere che calpesteremo, segnando nuove strade che non saranno piu’ solo nostre, ma tracce allo stesso tempo condivise e individuali che percorrono questa una la palla.

ansiosi di ritrovare sul nostro cammino gli amici di sempre, pronti a scoprire nuovi compagni di strada…

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un po’ di cile, norte grande

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all’inizio e’ stato quasi naturale.
senza pensarci troppo, per ogni citta’ e’ stato cosi’.
poi ne abbiamo capito l’importanza e le differenze che ci sarebbero state se avessimo fatto in altro modo.
quindi anche per la paz e’ stato cosi’.
dopo dieci ore di bus nella notte e un caffe’ caldo nel terminal appena arrivati, siamo entrati in citta’ a piedi.
dicendo no ai taxisti all’esterno e non ascoltando gli inviti dai colectivos onnipresenti, zaini in spalla siamo scesi in citta’ alla ricerca della sistemazione per la notte.

non e’ facile e neppure scontato, ma entrare in una citta’ a piedi e’ tutta un’altra cosa.
ti permette di incontrarla lentamente, di avvicinarti ad essa con la giusta velocita’ e pazienza.
e’ solo l’inizio ed e’ sicuramente parziale, ma completamente diverso sarebbe ogni volta prendere un taxi oppure un bus e venire catapultati dalla stazione all’albergo, avere la nuova la citta’ che scorre dai finestrini e essere dopo pochi minuti gia’ dentro di essa.
entrarci a piedi invece gia’ da solo richiede tempo e sforzo.
permette di sentire la citta’ sotto i piedi, aiuta a vederla dal punto di vista di chi la abita, la vive e la cammina ogni giorno.

e cosi’ e’ stato anche con la paz.
un immergersi graduale nel caos di una grande citta’, tra traffico e palazzoni.
uno scendere nella citta’, perche’ i “bassifondi” a la paz (cioe’ el alto) si trovano… in alto, sulle cime che contornano la citta’, il centro citta’ a meta’ altezza e molto piu’ in basso i nuovi quartieri residenziali e benestanti.
camminare sfiorati dai colectivos (i pulmini che funzionano da servizio pubblico) che urlano incessantemente prezzo e destinazioni della corsa, condividere i marciapiedi con l’infinita’ di bancarelle e banchetti che vendono di tutto, donne in ambiti tradizionali e con la bombetta caratteristica da sole o in piccoli gruppi, sentire la confusione di suoni, profumi e immagini che ti entra dentro e scombussola.

la paz richiede il suo tempo. e per quanto gliene concedi, alla fine rimane sempre un poco misteriosa.
un poco si svela salendo a el alto.
prendiamo un micro (un bus caratteristico della citta’) per salire nella zona piu’ povera di la paz, che fa municipalita’ a se’.
il micro si arrampica letteralmente per stradine sempre piu’ strette, passando attraverso mercati e bancarelle, suonando ad ogni incrocio per rispettarne la precedenza.
in poco piu’ di mezz’ora iniziamo a vedere scorci di citta’ dai lati delle abitazioni: e’ come salire sulla cima di una montagna e osservarne la valle. e la vista lascia senza fiato.
la paz ed el alto formano un unico agglomerato, riempendo ogni centimetro quadrato delle colline (a quasi quattromila metri di altitudine!) e della valle sottostante.
la differenza con la paz e’ evidente, nell’urbanistica, nelle case, nei negozi…
un giro rapido a piedi e di nuovo un micro per rientrare a la paz (a volte l’insicurezza percepita non ti lascia la liberta’ di fare quello che vorresti e ti fa prendere precauzioni forse esagerate… il risultato e’ non avere nessuna foto di el alto).

il giorno dopo (ieri) ripercorreremo el alto con il pullman che ci porta in cile.
il sole sta facendo capolino dalla cordigliera reale che affianca el alto e la luce dell’alba conferisce alla citta’ un’atmosfera magica.
mi chiedo come debba essere vivere a el alto: svegliarsi ogni giorno con una vista fantastica, poter aprire le finestre su un’alba che sveglia una citta’ vivacemente incasinata, respirarne le sfumature e riempirsene gli occhi. e poi chiedersi di nuovo come sbrigare questa dura faccenda che chiamano vita, tra i rischi, i problemi e le difficolta’, i compromessi e le piccole gioie oltre le ingiustizie…

chissa’ se davvero aiuta avere una vista del genere appena svegli per poter poi affrontare la giornata, come chi passa accanto al colosseo ogni giorno per recarsi al lavoro.
forse ognuno ha la sua particolare vista che la mattina gli puo’ dare le giuste sfumature per dare colore al giorno che inizia.
come aprire gli occhi la mattina e riscoprirsi ogni volta incredibilmente fortunati e felici nel trovare accanto a se’ una persona davvero unica e straordinaria, con cui condividi tutta la vita…

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potosi, martedi’ 26 agosto 2008 ore 17.30 locali

parti con un preconcetto, un’aspettativa nei confronti del paese che andrai a visitare, i racconti di chi ci e’ gia’ stato, le notizie e le informazioni raccolte in giro, qualche mito ed alcuni pregiudizi.
poi arrivi e tutto ti viene smontato come un castello di carte, ed e’ come ricominciare dall’inizio nell’incontro con la bolivia.
cerchiamo allora con la ragione di dare forma, senso e significato a quanto vediamo e incontriamo, ma non e’ semplice. spesso le emozioni prendono il sopravvento e non e’ facile poi “concretizzarle”.
dando spazio alla ragione, invece, possiamo dire di avere incontrat fino ad ora quattro bolivie differenti.

la prima bolivia ci e’ stata compagna di viaggio per i primi tre giorni, durante il tour organizzato dalla frontiera con il cile al salr di uyuni.
una bolivia naturale e selvaggia, verace nella sua selvaticita’ e nella sua ricezione turistica, se si puo’ dire, poco rigida e organizzata (davvero un altro mondo, in questo, rispetto al cile).
una bolivia da togliere il fiato (e non solo per l’altezza), da entrarti nella pelle e darti una sensazione di immensita’.
una bolivia le cui uniche forme umane incontrate sono state turisti, le persone delle strutture ricettive al limite… della ricezione, due ciclisti in viaggio da otto mesi da ushuaya (!), un paio di villaggi in mezzo al deserto, che pure resistono, e una stazione dei treni abbandonata.

la seconda bolivia che incontriamo a prima vista ci fa venire voglia di scappare.
dopo tre giorni di deserto, pensavamo ad uyuni come a un “miraggio di civilta’”: una citadina con cui riprendere confidenza con l’umanita’ organizzata.
ma, dopo il salar, l'”umanita’ organizzata” che ci appare davanti e’ un villaggio desolato, deserto anch’esso…
basta poi pero’ entrare in citta’, addentrarsi tra le bancarelle del mercato domenicale, bersi un birra boliviana rifocillandosi un po’ che tutto si dipana.
siamo ancora nel deserto e si vede: nella forma della citta’, e forse un poco anche nei visi della gente.
sara’ poi uyuni stessa, quella sera, a prendersi la rivincita e a sorprenderci con una bellissima e coloratissima sfilata di bande musicali e gruppi di danzatori per la via centrale, dandoci spirito e calore.
e’ una cittadina ai margini, che ha fatto del deserto e del salar un poco la sua fortuna, grazie a tutti i turisti che passano per essa, ma che coltiva e nutre dentro storia, tradizioni, voglia di divertirsi ed impegnarsi.
anche nonostante il deserto ai mergini…

la terza bolivia “vale un potosi”.
cittadina coloniale dalla storia altalenante legata alla fortuna dei metalli estratti dalle sue miniere, potosi si presenta da subito molto piu’ vicina a noi (ai nostri stereotipi, alle nostre sicurezze) , anche se molto lontana.
per strada macchine e colectivos strombazzanti ad ogni incrocio per deciderne la precedenza (pochissimi i cartelli stradali), sui marciapiedi i banchetti delle donne boliviane (bellissime, nelle loro gonne colorate e nei copricapi bianchi tradizionali, che qui sostituiscono la bombetta usata a uyuni e la paz), che vendono di tutto, ovunque frotte di studenti che girovagano a gruppetti con le divise caratteristiche del proprio collegio.
potosi e’ una citta’ che sembra andare verso la modernita’ senza pero’ perdere le tradizioni, che lotta e si diverte nonostante la situazione economica non felicissima.
potosi e’ quasi una contradizione vivente: barocca e aulica come tutti i monumenti sfarzosi di origine coloniale, povera e popolare nel suo vivere e resistere.

entrando nella quarta bolivia usciamo ancora una volta dal mondo.
e non sappiamo ancora se saremo piu’ sconvolti per la fatica fisca fatta o per la consapevolezza che c’e’ gente che vive e muore lavorando con questa fatica quotidiana.
la visita alle miniere del cerro rico, la montagna di potosi che nei secoli ha dato ricchezze e problemi, ci lascia senza fiato. scopriamo prima un’altra potosi, tutta una parte della citta’ che gravita attorno al lavoro nelle miniere, con negozi e servizi solo per essa. e poi il cerro, dove vivono e lavorano ancora circa sei mila lavoratori.
lavoratori organizzati oggi in cooperative, che lavorano otto-dieci ore al giorni scavando, esplodendo dinamite, trainando carichi di materiale, in condizioni disumane. l’aspettativa di vita dei minatori, per lo sforzo fisico per i gas inalati quotidianamente, e’ di 45 anni. la domanda che ci facciamo sul perche’ debbano proprio scegliere questo lavoro nella consapevolezza di lavorare per morire muore non appena incontriamo la famiglia di un minatore, che vive in una baracca ai margini della miniera: fuori dalla porta tre figlia, uno piu’ piccolo dell’altro, accettano in dono foglie di coca per il padre e passano il tempo, in attesa di ripercorrerne le tracce non appena ne avranno l’eta’ giusta (non quella legale).

queste le quattro bolivie incontrate finora e riuscire a farne una sintesi e’ un tentativo perso in partenza.
incontreremo nei prossimi giorni la bolivia di la paz, ci manchera’ tutto quanto sta nel mezzo e quanto sta nella mezza luna boliviana.
ma gia’ ora altre due bolivie ci vengono presentate, dai giornali che riusciamo a leggere e dalle notizie trovate in rete: la bolivia indigena e quella “occidentale”. anche qui un tentativo di sintesi e di incontro che con difficolta’ si cerca, una storia politica e sociale complessa, un presidente indigeno e i rappresentanti della classe produttiva e ricca del paese in uno scontro muro contro muro, le ragioni di ambo le parti…
facile per noi dire chi ha ragione, o meglio chi dovrebbe averne.
difficile entrarci veramente dentro…

e poi pensiamo all’italia.
quante italie abbiamo noi? quale sintesi abbiamo raggiunto sul nostro paese e quale tentativi di mettere in dubbio i nostri preconcetti accettiamo di fare?
e’ piu’ facile capire un paese standoci dentro oppure entrandoci da ospiti temporanei?

tra queste parole e oggi (venerdi’) in mezzo c’e’ un viaggio notturno in pullman e, prepotentemente, la paz e el alto.
altre bolivie che richiedono attenzione e spazio proprio, nei prossimi giorni.
domani mattina si riparte, altre sette ore di pullman e saremo in cile, arica, dove forse ci sara’ il bagno nell’oceano.

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