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potosi, martedi’ 26 agosto 2008 ore 17.30 locali

parti con un preconcetto, un’aspettativa nei confronti del paese che andrai a visitare, i racconti di chi ci e’ gia’ stato, le notizie e le informazioni raccolte in giro, qualche mito ed alcuni pregiudizi.
poi arrivi e tutto ti viene smontato come un castello di carte, ed e’ come ricominciare dall’inizio nell’incontro con la bolivia.
cerchiamo allora con la ragione di dare forma, senso e significato a quanto vediamo e incontriamo, ma non e’ semplice. spesso le emozioni prendono il sopravvento e non e’ facile poi “concretizzarle”.
dando spazio alla ragione, invece, possiamo dire di avere incontrat fino ad ora quattro bolivie differenti.

la prima bolivia ci e’ stata compagna di viaggio per i primi tre giorni, durante il tour organizzato dalla frontiera con il cile al salr di uyuni.
una bolivia naturale e selvaggia, verace nella sua selvaticita’ e nella sua ricezione turistica, se si puo’ dire, poco rigida e organizzata (davvero un altro mondo, in questo, rispetto al cile).
una bolivia da togliere il fiato (e non solo per l’altezza), da entrarti nella pelle e darti una sensazione di immensita’.
una bolivia le cui uniche forme umane incontrate sono state turisti, le persone delle strutture ricettive al limite… della ricezione, due ciclisti in viaggio da otto mesi da ushuaya (!), un paio di villaggi in mezzo al deserto, che pure resistono, e una stazione dei treni abbandonata.

la seconda bolivia che incontriamo a prima vista ci fa venire voglia di scappare.
dopo tre giorni di deserto, pensavamo ad uyuni come a un “miraggio di civilta’”: una citadina con cui riprendere confidenza con l’umanita’ organizzata.
ma, dopo il salar, l'”umanita’ organizzata” che ci appare davanti e’ un villaggio desolato, deserto anch’esso…
basta poi pero’ entrare in citta’, addentrarsi tra le bancarelle del mercato domenicale, bersi un birra boliviana rifocillandosi un po’ che tutto si dipana.
siamo ancora nel deserto e si vede: nella forma della citta’, e forse un poco anche nei visi della gente.
sara’ poi uyuni stessa, quella sera, a prendersi la rivincita e a sorprenderci con una bellissima e coloratissima sfilata di bande musicali e gruppi di danzatori per la via centrale, dandoci spirito e calore.
e’ una cittadina ai margini, che ha fatto del deserto e del salar un poco la sua fortuna, grazie a tutti i turisti che passano per essa, ma che coltiva e nutre dentro storia, tradizioni, voglia di divertirsi ed impegnarsi.
anche nonostante il deserto ai mergini…

la terza bolivia “vale un potosi”.
cittadina coloniale dalla storia altalenante legata alla fortuna dei metalli estratti dalle sue miniere, potosi si presenta da subito molto piu’ vicina a noi (ai nostri stereotipi, alle nostre sicurezze) , anche se molto lontana.
per strada macchine e colectivos strombazzanti ad ogni incrocio per deciderne la precedenza (pochissimi i cartelli stradali), sui marciapiedi i banchetti delle donne boliviane (bellissime, nelle loro gonne colorate e nei copricapi bianchi tradizionali, che qui sostituiscono la bombetta usata a uyuni e la paz), che vendono di tutto, ovunque frotte di studenti che girovagano a gruppetti con le divise caratteristiche del proprio collegio.
potosi e’ una citta’ che sembra andare verso la modernita’ senza pero’ perdere le tradizioni, che lotta e si diverte nonostante la situazione economica non felicissima.
potosi e’ quasi una contradizione vivente: barocca e aulica come tutti i monumenti sfarzosi di origine coloniale, povera e popolare nel suo vivere e resistere.

entrando nella quarta bolivia usciamo ancora una volta dal mondo.
e non sappiamo ancora se saremo piu’ sconvolti per la fatica fisca fatta o per la consapevolezza che c’e’ gente che vive e muore lavorando con questa fatica quotidiana.
la visita alle miniere del cerro rico, la montagna di potosi che nei secoli ha dato ricchezze e problemi, ci lascia senza fiato. scopriamo prima un’altra potosi, tutta una parte della citta’ che gravita attorno al lavoro nelle miniere, con negozi e servizi solo per essa. e poi il cerro, dove vivono e lavorano ancora circa sei mila lavoratori.
lavoratori organizzati oggi in cooperative, che lavorano otto-dieci ore al giorni scavando, esplodendo dinamite, trainando carichi di materiale, in condizioni disumane. l’aspettativa di vita dei minatori, per lo sforzo fisico per i gas inalati quotidianamente, e’ di 45 anni. la domanda che ci facciamo sul perche’ debbano proprio scegliere questo lavoro nella consapevolezza di lavorare per morire muore non appena incontriamo la famiglia di un minatore, che vive in una baracca ai margini della miniera: fuori dalla porta tre figlia, uno piu’ piccolo dell’altro, accettano in dono foglie di coca per il padre e passano il tempo, in attesa di ripercorrerne le tracce non appena ne avranno l’eta’ giusta (non quella legale).

queste le quattro bolivie incontrate finora e riuscire a farne una sintesi e’ un tentativo perso in partenza.
incontreremo nei prossimi giorni la bolivia di la paz, ci manchera’ tutto quanto sta nel mezzo e quanto sta nella mezza luna boliviana.
ma gia’ ora altre due bolivie ci vengono presentate, dai giornali che riusciamo a leggere e dalle notizie trovate in rete: la bolivia indigena e quella “occidentale”. anche qui un tentativo di sintesi e di incontro che con difficolta’ si cerca, una storia politica e sociale complessa, un presidente indigeno e i rappresentanti della classe produttiva e ricca del paese in uno scontro muro contro muro, le ragioni di ambo le parti…
facile per noi dire chi ha ragione, o meglio chi dovrebbe averne.
difficile entrarci veramente dentro…

e poi pensiamo all’italia.
quante italie abbiamo noi? quale sintesi abbiamo raggiunto sul nostro paese e quale tentativi di mettere in dubbio i nostri preconcetti accettiamo di fare?
e’ piu’ facile capire un paese standoci dentro oppure entrandoci da ospiti temporanei?

tra queste parole e oggi (venerdi’) in mezzo c’e’ un viaggio notturno in pullman e, prepotentemente, la paz e el alto.
altre bolivie che richiedono attenzione e spazio proprio, nei prossimi giorni.
domani mattina si riparte, altre sette ore di pullman e saremo in cile, arica, dove forse ci sara’ il bagno nell’oceano.

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